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SOCIO LAVORATORE DI COOPERATIVA: SI AL TFR SE EMERGE LA VOLONTA’ DELLA COOPERATIVA DI RICONSCERLO

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Spetta al socio lavoratore di cooperativa il TFR?
La Cassazione, con la sentenza n. 862 del 16.1.2017, ha ribadito che al socio lavoratore di cooperativa spetta il trattamento di fine rapporto se emerge l'intenzione della cooperativa di riconoscergli tale diritto.
La controversia origina da due sentenze, una del Tribunale di Vasto e una della Corte di appello de l'Aquila con cui era stata rigettata la richiesta di un socio lavoratore di cooperativa di vedersi pagato dalla cooperativa datrice di lavoro il TFR maturato negli anni 1992.2006 in cui aveva lavorato presso la cooperativa.
Secondo i giudici abruzzesi, infatti, la l. 196/1997 avrebbe esteso ai soci lavoratori di cooperativa la garanzia del fondo di garanzia istituito presso l'Inps ma tale estensione non implicherebbe il diritto dei soci lavoratori di cooperative al TFR il quale spetterebbe solo se previsto in via negoziale.
Ad ulteriore sostegno della propria tesi, i giudici abruzzesi ritengono che la l. 142/2001, che all'art. 3 riconosce il diritto del socio lavoratore di cooperativa ad un trattamento economico complessivo proporzionato alla qualità e quantità del lavoro svolto e comunque non inferiore ai minimi previsti, per prestazioni analoghe dal CCNLdi settore, non riconosce il TFR come un diritto del socio lavoratore.
La Cassazione, pur considerando giusto l'iter seguito dai giudici di merito, afferma che in queste fattispecie occorre verificare se la cooperativa abbia manifestato, anche per fatti concludenti, l'intenzione di riconoscere al lavoratore il diritto al TFR ed abbia, dunque, generato nel socio l'affidamento circa la volontà datoriale di corrispondere questo emolumento.
Se dal processo emerge tale comportamento datoriale, il diritto al TFR va riconosciuto.
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PROCEDIMENTO DISCIPLINARE: L’AUDIZIONE DEL LAVORATORE E’ DOVUTA ANCHE IN CASO DI GIUSTIFICAZIONI SCRITTE

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Se un'azienda contesta ad un lavoratore un illecito disciplinare e questo chiedere di essere audito a difesa, l'audizione è un atto dovuto anche se il dipendente ha inviato alla direzione del personale le proprie giustificazioni per iscritto e il colloquio orale non potrebbe portare alcune elemento nuvo.
E' quanto ribadito, dando seguito ad un orientamento consolidato, dalla Cassazione nella recente sentenza n. 204 del 9.01.2017 .
Nel caso di specie l'azienda ha intimato al lavoratore un licenziamento disciplinare, a seguito di contestazione disciplinare, senza audire il lavoratore, nonostante questo ne avesse fatto esplicita richiesta, all'atto dell'invio delle proprie giustificazioni scritte.
Secondo l'azienda le giustificazioni scritte erano esaustive e rendevano inutile anche l'audizione orale legittimando, dunque, l'intimazione del licenziamento.
Il lavoratore, al contrario, riteneva violato l'art. 7, Stat. Lav. e il giudice di merito, accogliendo la tesi dei dipendente, aveva dichiarato illegittimo il licenziamento e reintegrato il lavoratore.
La Cassazione, a conferma di quanto dedotto dalla corte d'appello, stabilisce che il datore di lavoro che intenda adottare una sanzione disciplinare nei confronti del dipendente non può omettere l'audizione del lavoratore incolpato che ne abbia fatto espressa ed inequivocabile richiesta contestualmente alla comunicazione - nel termine di cui all'art. 7, 5° comma, stat. lav. - di giustificazioni scritte, anche se queste appaiano già di per sè ampie ed esaustive.
La Corte sottolinea come in caso di richiesta di audizione orale, la stessa si ponga come indefettibile presupposto procedurale che legittima l'adozione della sanzione disciplinare, anche nell'ipotesi in cui il lavoratore, contestualmente alla richiesta di audizione a difesa, abbia comunicato al datore di lavoro giustificazioni scritte. Queste ultime infatti - secondo la Cassazione - per il solo fatto che si accompagnino alla richiesta di audizione, sono ritenute dal lavoratore stesso non esaustive e destinate ad integrarsi con le giustificazioni ulteriori che lo stesso fornisca in sede di audizione. In tale ottica, la presunta omessa valutazione in ordine ai tempi necessari all'audizione ed alla esaustività delle giustificazioni risulta superflua.
La sentenza in commento, pur ribadendo un principio già noto, rappresenta un indirizzo importante per le imprese le quali, per evitare l'illegittimità del procedimento disciplinare, devono sempre consentire al lavoratore l'audizione orale richiesta anche se ritengono questo passaggio inutile alla luce delle giustificazioni scritte inviate dal lavoratore.
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I PRECEDENTI CHE SPIEGANO IL NO DELLA CORTE COSTITUZIONALE AL REFERENDUM SULL’ARTICOLO 18

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Con la decisione di ieri, è stato dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale, il quesito referendario proposto dalla CGIL con il quale si chiedeva di ripristinare la reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo e di estendere questa tutela ai dipendenti di aziende con più di 5 addetti.
Pur in assenza delle motivazioni della Corte, che dovrebbero essere pubblicate non prima del prossimo 11 febbraio, è possibile provare a ricostruire l'iter del ragionamento giuridico che ha condotto la Corte a prendere questa decisione.
Per evitare l'abuso dei Referendum la Corte già con la sentenza n. 16 del 1978 aveva stabilito che:
In primo luogo, sono inammissibili le richieste formulate in modo che ciascun quesito da sottoporre al corpo elettorale contenga una tale pluralità di domande eterogenee, carenti di una matrice razionalmente unitaria, da non poter venire ricondotto alla logica dell'art. 75 Cost.
In secondo luogo, sono inammissibili le richieste che non riguardino atti legislativi dello Stato aventi la forza delle leggi ordinarie, ma tendano ad abrogare - del tutto od in parte - la Costituzione, le leggi di revisione costituzionale, le "altre leggi costituzionali" considerate dall'art. 138 Cost., come pure gli atti legislativi dotati di una forza passiva peculiare (e dunque insuscettibili di essere validamente abrogati da leggi ordinarie successive).
In terzo luogo, vanno del pari preclusi i referendum aventi per oggetto disposizioni legislative ordinarie a contenuto costituzionalmente vincolato, il cui nucleo normativo non possa venire alterato o privato di efficacia, senza che ne risultino lesi i corrispondenti specifici disposti della Costituzione stessa (o di altre leggi costituzionali).
In quarto luogo, valgono infine le cause d'inammissibilità testualmente descritte nell'art. 75 cpv., che diversamente dalle altre sono state esplicitate dalla Costituzione, proprio perché esse rispondevano e rispondono a particolari scelte di politica istituzionale, anziché inerire alla stessa natura dell'istituto in questione. Ma, anche in tal campo, resta inteso che l'interpretazione letterale deve essere integrata - ove occorra - da un'interpretazione logico-sistematica, per cui vanno sottratte al referendum le disposizioni produttive di effetti collegati in modo così stretto all'ambito di operatività delle leggi espressamente indicate dall'art. 75, che la preclusione debba ritenersi sottintesa.
A spiegare ancor meglio la sentenza di ieri, è tuttavia, la sentenza del febbraio del 1997, la n. 36, nella quale era stato affrontato il problema della distinzione tra referendum abrogativo e manipolativo (o propositivo).
La Corte al tempo riteneva inammissibile un referendum incentrato sulla tecnica manipolitiva così affermando: "In definitiva, l'abrogazione parziale chiesta con il quesito referendario si risolve sostanzialmente in una proposta all'elettore, attraverso l'operazione di ritaglio sulle parole e il conseguente stravolgimento dell'originaria ratio e struttura della disposizione, di introdurre una nuova statuizione, non ricavabile ex se dall'ordinamento, ma anzi del tutto estranea al contesto normativo. Per di più, con effetti di sistema rilevanti..."
Con La decisione di ieri, la Corte Costituzionale, ha di fatto ribadito i suoi orientamenti precedenti riconducendo al mero campo dell'eccezione quanto stabilito dalla stessa Corte nel 2003 con la sentenza n. 41 con la quale era stata ritenuta ammissibile l'estensione della tutela reale ai lavoratori di qualunque azienda, a prescindere dalla soglia dei dipendenti occupati, estensione che sarebbe stata ben più ampia, dunque, di quella che si sarebbe verificata con l'ammissibilità del quesito proposto dalla Cgil.
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